Tutti i volti di Serena De Ferrari

Da Mare Fuori al grande schermo con Romeo è Giulietta, diretta da Giovanni Veronesi: Serena De Ferrari ci regala uno squarcio della sua vita oltre il set. Dal suo primo grande amore, la musica, alla Neuroestetica e una sana «ossessione per la bellezza».

Capelli rossi fuoco, sguardo malinconico, ma al tempo stesso pungente e magnetico. Serena De Ferrari, torinese, classe ’98, è una delle attrici della nuova scuola che ha fatto e farà tanto parlare di sé per il suo talento e poliedricità. L’abbiamo vista e vissuta attraverso Viola nella fiction di successo targata Rai Mare Fuori, in cui interpretava uno dei personaggi più controversi e sofferti di tutta la serie, e nei panni di Gemma, nell’ultimo film di Giovanni Veronesi, Romeo è Giulietta. Attesissima, invece, è Belcanto, serie tv diretta da Carmine Elia sulla storia della nascita dell’opera in Italia, nella quale la giovane attrice interpreterà un’aspirante cantante lirica, mettendosi nuovamente in gioco e mostrando al pubblico i risultati di anni e anni di studio e dedizione verso il canto e la musica in generale. Serena, oltre il lavoro, respira arte ed è ossessionata dalla bellezza, in qualsiasi forma essa venga fuori. Non ha passioni specifiche proprio perché tutto è passione per lei. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla ed entrare nel suo mondo, scoprendo chi è Serena sul set e fuori dal set.

Ciao Serena, è un piacere averti su REVE. Ti abbiamo di recente vista nel film Romeo è Giulietta, com’è stato lavorare con Giovanni Veronesi? 

Mi ha insegnato molte cose, specialmente la concentrazione. Sono una persona che si butta tantissimo nelle situazioni e solitamente seguo l’istinto. In questo caso ho deciso di mettere da parte questa mia caratteristica, lasciandomi guidare per riuscire al meglio nel lavoro svolto insieme. 

Parlaci di come hai lavorato al tuo personaggio in Romeo è Giulietta. Come scegli e prepari i ruoli che interpreti? 

Ho lavorato al personaggio di Gianna (che in realtà nel film interpreta Giulietta) andando a scavare dentro di me per ritrovare l’amore più profondo e innocente, quello infantile di quando ti innamori per la prima volta senza malizia né paura di una delusione. Ho vissuto sei mesi in una totale bolla d’amore. Ovviamente ho riletto Romeo e Giulietta, ed è stato particolare riscoprirlo in età adulta. Ma quasi mi ha colpita di più guardare Romeo + Juliet di Baz luhrmann, capire quanto loro fossero in realtà due bambini che volevano soltanto amarsi, niente di più. 

Come hai vissuto il passaggio dalla serie televisiva al cinema? 

È sicuramente un modo di lavorare diverso. Nel cinema c’è una maggiore attenzione al dettaglio, molto più imponente. Per girare una scena impiegavamo anche tre ore a volte. È un lavoro diverso, ma sono entrambi divertenti e stimolanti.

Hai raggiunto il successo con la tua interpretazione di Viola in Mare Fuori, un personaggio controverso ma che alla fine ha emozionato tanto il pubblico. Ti ha mai spaventata l’idea che potessi restare incastrata il quel ruolo? Come hai vissuto la “fine” di Viola?

Non ho mai avuto paura di restare incastrata nel personaggio di Viola perché credo che questo faccia parte del nostro lavoro. Noi attori dobbiamo interpretare. E ci sono ruoli di ogni tipo: Viola, Giulietta, e spero tantissimi altri in futuro, così da poter dare vita ad altri personaggi in modi completamente diversi e autonomi. 

Si dice che per interpretare bene un ruolo bisogna conoscersi a fondo. Per Giulietta hai dovuto scavare dentro di te e recuperare quell’amore puro e innocente che si scopre da bambini. Il buio di Viola, invece, da dove viene? 

Il buio di Viola viene sicuramente da una mia ex depressione. Ho attinto tanto da quel senso di male, quel dolore e quel disagio che ho vissuto sulla mia pelle, per tirare fuori la sofferenza di Viola.

Ed è stato un bene o un male per il tuo di disagio? Interpretare Viola ti ha aiutata a liberartene?

In realtà no. Sono in terapia da cinque anni, da quando sono ritornata in Italia e ho fatto Mare Fuori, ed è stato quello il modo per liberarmi dalla mia depressione. È stata la terapia ad aiutarmi, anche nel poterla mettere in scena al meglio. Quando te ne liberi è come se fossi più consapevole di qualsiasi cosa ti appartenga. Per dirti, all’inizio, quando ho iniziato a recitare in Mare Fuori e ancora soffrivo di depressione, non riuscivo a piangere sul set. Adesso che sto bene, invece, paradossalmente riesco a piangere quando recito. 

Il dolore di Viola è tutto legato alla sua infanzia. Ma tu invece che bambina sei stata?

Sono stata una bambina sempre molto introversa, tanto legata allo studio e super impegnata. Ho iniziato da piccola il conservatorio, facevo spesso concerti e concorsi. Per cui non avevo molto tempo per la vita sociale, ecco. Ma ero sempre tanto appassionata di quello che facevo, che è stato poi quello che mi ha fatto andare sempre avanti. 

Tra le altre cose, hai studiato al Lee Strasberg Theater and Film Institute di New York. Che differenze hai potuto notare, se ci sono, nell’approccio alla recitazione con l’Italia?

Ho avuto la possibilità di frequentare lì diversi corsi e confrontarmi con molti dei coach, e la differenza abissale che ho notato riguarda proprio la percezione. In Italia la recitazione è vista più come un gioco, nel senso che è molto più leggera e divertita. In America, invece, con il metodo Strasberg e in generale un po’ con tutti gli altri metodi lì diffusi, è vissuta tanto di più sulla propria pelle. Ogni personaggio te lo devi inglobare completamente, in modo intenso e a volte anche un po’ nocivo. Mi è capitato di fare provini qui in Italia, per personaggi magari anche piuttosto pesanti, e sentirmi dire di dover un po’ alleggerire il carico emotivo, di tirar fuori un po’ meno.  

E il canto lirico? Com’è nata questa passione e come si sta evolvendo nel tempo? 

Ho iniziato da piccolissima a studiare pianoforte con un’allieva del maestro Benedetto Michelangeli. Lei mi ha insegnato la disciplina e il rigore, e mi ha portata poi ad entrare al conservatorio a soli otto anni. L’opera è arrivata nello stesso momento: ho iniziato con le voci bianche del Teatro Regio di Torino. La mia prima opera fu La Boheme di Giacomo Puccini. Dopo sono entrata al conservatorio anche per canto lirico, continuando poi alla Manhattan School of Music di New York. Per un certo periodo mi sono anche allontanata dalla musica per esplorare altre cose. Sono una persona molto curiosa e penso che nella vita ci sia bisogno di provare tutto. Ho studiato alla scuola di Circo, Belle arti e Neuroscienze. Ma la musica è rimasta e rimarrà sempre il mio primo grande amore. Ora, in particolare, mi sto dedicando alla musica antica: tutto il repertorio barocco e rinascimentale che è sempre stata una grande passione ma non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmici davvero. 

Chi è Serena fuori dal set? Quali sono le passioni a cui non rinunceresti mai? 

Serena fuori dal set è tante cose: c’è la Serena che ama stare da sola perché è molto legata e gelosa dei suoi spazi e della sua arte; c’è la Serena che invece adora andare a ballare la musica brasiliana; e ancora, la Serena che ama viaggiare ed esplorare posti nuovi, sempre molto lontani. L’ultimo viaggio è stato l’Islanda. Non saprei scegliere una sola passione alla quale non rinuncerei mai. Il termine “passione” mi confonde perché io non considero niente passione nella mia vita, proprio perché tutto lo è. Tutto quello che faccio per me è vitale, dalla più piccola stupidaggine alla più grande realizzazione. Infatti, quando mi chiedono delle mie passioni, non rispondo, perché ho la fortuna di vivere di ciò che amo. 

Con quale regista ti piacerebbe lavorare un giorno e perché?

In Italia sono due in particolare, uno è Bellocchio: amo i suoi film perché ogni volta che ne vedo uno poi di notte faccio bei sogni. Penso che più che parlare alla mente razionale parlino al subconscio. Un altro regista che adoro è Matteo Garrone, un po’ per lo stesso motivo. I suoi film sono onirici e magici. Ci sono tanti elementi del sogno, anche in Io capitano, è un tema ricorrente e meravigliosamente rappresentato. 

Che rapporto hai con la bellezza? Ti piaci?

Ho sempre avuto un’ossessione per la bellezza, specialmente nell’arte. Ho sempre percepito e vissuto la bellezza come una forma d’arte. Mi ricordo che la mia tesi di maturità al liceo fu proprio “Il culto della bellezza”, ruotava tutta intorno a ciò che è bello e piacevole. Dal punto di vista puramente estetico, mi sono dedicata anche un po’ a leggere nuovi studi sulla Neuroestetica, che è la scienza che studia come il nostro cervello percepisce l’arte, tutto ciò che è piacevole da vedere, da ascoltare, da percepire. In generale, poi, ci sono due lati di me: uno attratto dal bello e uno invece terribilmente attratto dal grottesco. Tra i miei registi preferiti infatti ci sono Lanthimos, Kubrick, Polański, Bergman. Mi piace proprio tutto ciò che è tetro, un po’ scuro e stimolante da quel punto di vista. Rispetto al mio corpo, adesso sto bene, mi piaccio. È stato un lungo percorso perché non mi sono mai piaciuta, ma quando ho iniziato a piacermi dentro, mi sono piaciuta di conseguenza anche fuori. Curandomi ho imparato ad amarmi per quella che sono e quindi ad amare anche il mio corpo.

Il prodotto beauty a cui non potresti mai rinunciare.

Io sono fissatissima con la skincare! Provo sempre prodotti nuovi per capire quali siano più adatti o meno alla mia pelle. La mia make-up routine, invece, è al momento ridotta all’essenziale nonostante io ami il make-up. Quando vivevo a New York andavo in giro quasi come una drag queen, facevo e indossavo cose super pazze: parrucche, trucchi, lenti a contatto di qualsiasi colore. Con il tempo mi sono ridimensionata, adesso trovo che su di me ‘less is more’. Per cui la mia make-up routine must è sopracciglia – rigorosamente con Benefit -, un po’ di matita bordeaux negli occhi e un pizzico di matita labbra. E a volte, ma raramente, una punta di blush.  

Cosa ti auguri per il futuro? Dove ti vedi tra dieci anni?

Mi vedo a recitare e a fare musica, per la vita. 

Una canzone per descrivere questo momento della tua vita.

Vado a periodi, nel senso che ho vere e proprie fisse che durano giorni e poi passano così. In questi giorni nella mia testa risuona ininterrottamente I like Chopin di Gazebo. 

 

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